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Una poetessa latina

SULPICIA

LA POETESSA

Sulpicia è l’unica poetessa romana di cui ci siano giunte alcune poesie.

Vissuta nel I secolo d.C., ai tempi di Augusto, apparteneva alla  classe aristocratica: figlia dell’oratore Servio Sulpicio Rufo, come lei stessa afferma:

“…Sed tibi cura togae potior pressumque quasillo/ scortum quam Servi filia Sulpicia”.

“Preoccupati pure di una toga e di una donnaccia che reca/un pesante paniere, più che della tua Sulpicia, figlia di Servio! Sulpicia” (Elegia XVI).

Parole, pesanti, che Sulpicia indirizza all’amato Cerinto, a lei probabilmente inferiore per classe sociale, in un momento teso della relazione.

Sua madre era Valeria, la sorella di Marco Messalla Corvino, noto per il suo circolo letterario, del quale fecero parte, tra gli altri, Tibullo e Ovidio.

Data la sua nobile origine, sicuramente Sulpicia poté frequentare l’alta società del tempo e probabilmente anche  far parte del circolo letterario fondato dallo zio Messalla Corvino.

Tuttavia della sua esistenza si dubitò a lungo e dei componimenti giunti sotto il suo nome fu avanzata l’ipotesi che fossero esercitazioni letterarie di poeti del circolo di Messalla. Ora è accettata l’idea che le poesie a lei attribuite, giunte erroneamente all’interno del Corpus Tibullianum, siano veramente le sue.

L’OPERA

Sotto il nome di Tibullo (poeta elegiaco dell’età augustea, membro del Circolo di Messalla Corvino) ci è giunta una raccolta di carmi composta da tre libri (Corpus Tibullianum), dei quali i primi due contengono le elegie di Tibullo, il terzo una serie di componimenti non tibulliani (solo due lo sono), attribuibili a poeti minori, anonimi o nascosti da pseudonimi, dei quali è difficile accertare l’identità.

Si tratta di:

  • III, 1-6: sei elegie di Ligdamo (probabilmente uno pseudonimo che nasconderebbe, secondo gli studiosi,  lo stesso Tibullo o il poeta Ovidio)
  • III, 7: il “Panegirico di Messalla”, di autore incerto
  • III, 8-18: 11 elegie sulla storia d’amore di Sulpicia (5 scritte da un autore ignoto per Sulpicia, 6 scritte da Sulpicia all’innamorato Cerinto)
  • III, 19-20: un’elegia e un epigramma di Tibullo

I carmi da attribuire a Sulpicia sono quindi le elegie 13-18 (sei brevi componimenti, nella forma del bigliettino amoroso, dedicati all’amato Cerinto).

Nell’elegia n. 13 Sulpicia celebra l’amore appena arrivato che va dichiarato a tutti; è dolce peccare, fastidioso rimanere pudiche.

     

III 13, Sulpicia, Venuto è infine amore

      Venuto è infine amore, e vergogna maggiore

mi sarebbe averlo tenuto nascosto

di quanto sia infamante averlo rivelato a tutti.

      Commossa dai miei versi, Citerea l’ha portato a me,

      deponendolo sul mio seno.

      Ha sciolto le promesse Venere: racconti le mie gioie

      chi gode fama di non averle mai avute.

      Io non vorrei affidare parola a tavolette sigillate,

      per il timore che qualcuno le legga prima del mio amore.

      Ma questo peccato m’è dolce;

m’infastidisce atteggiarmi a virtú:

      tutt’al piú si dirà ch’eravamo degni l’una dell’altro.

(leggi il testo latino)

Nell’elegia n. 14 Sulpicia si lamenta di essere costretta a festeggiare il suo compleanno in campagna, lontana da Cerinto, perché deve seguire lo zio Messalla nella sua tenuta: a Roma lei lascia il suo cuore.

     

III 14, Sulpicia, Un compleanno odioso

      Un compleanno odioso s’avvicina,

      che triste, senza il mio Cerinto,

      dovrò trascorrere nel fastidio della campagna.

      Cos’è piú dolce di questa città?

      O forse piú s’adattano a una giovane

      la villa e il fiume gelido nella terra d’Arezzo?

      Datti pace, Messalla: per me ti preoccupi troppo:

      i viaggi sono spesso inopportuni, parente mio.

      È qui che lascio, se via mi conducete,

      l’anima mia e i suoi affetti,

      visto che tu non mi consenti di scegliere come vorrei.

(leggi il testo latino)

Nell’elegia n. 15, Sulpicia gioisce per il viaggio annullato perché potrà festeggiare con l’amato il suo dies natalis.


      III 15, Sulpicia, Passato è l’incubo del viaggio

      Sai che l’incubo del viaggio s’è allontanato

      dal cuore della tua fanciulla?

      E che per il tuo compleanno

        ora potrà essere a Roma?

      Festeggiamolo tutti questo giorno,

      che forse ora ti raggiunge

      senza che tu l’attenda.

(leggi il testo latino)

L’elegia n. 16 è di significato un po’ oscuro: probabilmente si riferisce ad un tradimento di Cerinto con una rivale di condizione sociale inferiore, forse una schiava.


III 16, Sulpicia, A un traditore

      Mi piace tutto quanto da tempo ti permetti,

      senza darti cura di me: eviterò cosí

      di cadere in fallo come una sciocca.

      Abbi pure a cuore la toga

      di una sgualdrina con la cesta in testa,

      piú di Sulpicia, la figlia di Servio.

      C’è chi è in ansia per me sopra tutto s’addolora

      che al letto di un uomo ignobile mi conceda.

(leggi testo latino)

Nell’elegia n. 17 Sulpicia è malata e pensa/teme che Cerinto non ne soffra. Lei desidera guarire, ma a che serve se non lo desidera anche lui?

     

III 17, Sulpicia, Che serve guarire?

      Hai veramente a cuore, Cerinto, la fanciulla amata,

      ora che la febbre tormenta il mio corpo ammalato?

      E certo io vorrei guarire da questo male oscuro,

      solo se ritenessi che pure tu lo vuoi.

      Che mi gioverebbe guarire,

      se tu con cuore indifferente

      puoi sopportare le mie sofferenze?

(leggi il testo latino)

L’elegia n. 18 è un’appassionata dichiarazione d’amore

     

III 18, Sulpicia, L’errore

      Luce mia, possa io non essere piú la tua bruciante passione,

      come penso d’essere stata nei giorni da poco passati,

      se in tutta la mia giovinezza  mai ho commesso errore cosí sciocco,

      del quale, lo confesso, mi sia maggiormente pentita,

      che d’averti lasciato solo l’altra notte, per volerti celare il mio ardore.

(leggi il testo latino)

Ed ora sorge spontanea la domanda: chi è Cerinthus?

Il nome straniero ha fatto ritenere Cerinto uno schiavo di Messalla Corvino: che fosse di condizione sociale inferiore a Sulpicia sarebbe dimostrato da un verso in cui, spinta dalla gelosia, la fanciulla ricorda a Cerinto di essere: Servi filia Sulpicia.

La critica ha accettato tuttavia l’ipotesi che Cerinto sia uno pseudonimo e, “derivando Cerinthus dal greco κέρας, corno, in latino cornu, si è pensato di identificare l’amante di Sulpicia con un Cornutus amico di Tibullo, cui il poeta si rivolge nelle due elegie II.2 e II.3. E poiché questo amico di Tibullo è sposato, vi è stato chi ha visto il romanzo degli amori di Sulpicia e Cerinto/Cornuto concludersi con il matrimonio” (da Wikipedia).

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